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Crisi Finanizaria 2


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Borsa, peggio dell'11 settembre. Milano chiude a -8,24 per cento
a cura di Alberto Annicchiarico

Borsa, Tokyo chiude con un altro tonfo: l'indice Nikkei perde il 4,25%
Tokyo, ora i timori sono sull'economia reale (dal nostro corrispondente Stefano Carrer)
Segui gli indici di Borsa in tempo reale
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La crisi delle banche e le mosse non convincenti dei Governi europei (con la Germania che si è opposta a un fondo comune di salvataggio, ma ha esteso la garanzia sui depositi) hanno spinto i listini verso una vera e propria disfatta in Europa, con gli indici sono arrivati a accusare tonfi superiori al 9 per cento.

Complice del tracollo il bilancio di Wall Street, un campo di battaglia con morti e feriti. L'approvazione del Piano Paulson da 850 miliardi di dollari al Congresso non ha sortito l'effetto sperato. Anzi. È palpabile il timore che la crisi finanziaria possa intaccare il tessuto industriale. I listini newyorchesi restavano in profondo rosso a metà seduta: Dow Jones -5,38% a 9.769,76 punti, dopo aver toccato un nuovo minimo dall'ottobre 2004 ben sotto la soglia dei 10 mila punti a 9.738,3. Male anche il Nasdaq (-6,38% a 1.823,85) e l'S&P500 (-5,91% a 1.034,29). A picco Citigroup (-9,6%) e Morgan Stanley (-9,57%), ma anche Gm (-8,1%) e Boeing (-7,9%).Ne ha risentito anche il prezzo del greggio, sceso sotto i 90 dollari al barile. Il dollaro ha ripreso forza sull'euro, sceso sotto quota 1,35.

Nel complesso i mercati mondiali hanno bruciato qualcosa come 1.700 miliardi di capitalizzazione, 444 miliardi soltanto in Europa. L'indice Dj Stoxx 600, che alla vigilia capitalizzava 6.140 miliardi di euro, ha infatti perso oggi il 7,23%, portandosi ai minimi dal novembre 2004 e registrando il calo più consistente in una singola seduta dallo storico lunedi nero del 1987.

Sui mercati è scattato un vero e proprio panic-selling. A Parigi il Cac40 ha lasciato sul terreno il 9,04%, più forte ribasso dalla sua creazione nel 1988, a Francoforte il Dax ha perso il 7,07%, a Londra l'Ftse 100 il 7,2%. Il Mibtel e l'S&P/Mib hanno chiuso in calo dell'8,24%, peggior ribasso dal '98, anno della privatizzazione di Piazza Affari. Per ritrovare flessioni degli indici superiori all'8% è necessario tornare addirittura al 1994, mentre negli ultimi dieci anni la giornata peggiore era stata quella dell'11 settembre 2001, quando, in concomitanza con il crollo dei mercati di tutto il mondo dopo gli attentati di Al Qaeda negli Stati Uniti, Milano aveva perso il 7,42 per cento. Quanto ai livelli raggiunti dagli stessi indici, non erano così bassi dal maggio del 2003, ovvero da quasi 5 anni e mezzo.

Le banche sono letteralmente franate in tutta Europa, visto che ormai nessun investitore si fida più della solidità degli istituti di credito. Del resto le banche stesse sospettano l'una dell'altra e la dimostrazione è che i tassi sul mercato interbancario, in rialzo da mesi, oggi hanno segnato nuovi massimi: l'Euribor a una settimana ha aggiornato il top degli ultimi sette anni, al 4,885%, mentre il tasso a tre mesi ha fatto segnare il nuovo massimo dal 1994, al 5,345% dal 5,339%.

A Milano vendite a piene mani, senza eccezioni, anche per i titoli di big a prova di crisi, come Eni o Atlantia (-10,5%). Numerose azioni delle aziende a maggior capitalizzazione a metà giornata sono state sospese per eccesso di ribasso: nel pomeriggio ben sedici titoli avevano subito stop per eccesso di ribasso contemporaneamente. Unicredit ha chiuso la seduta con un calo del 5,94% e un ultimo prezzo di 2,9 euro all'indomani dell'annuncio della manovra da 6,6 miliardi per rafforzare il patrimonio del gruppo. Una seduta più breve del solito con un avvio delle contrattazioni posticipato alle 10, per consentire all'ad Alessandro Profumo di spiegare il piano agli analisti in conference call, e che ha portato il titolo subito in profondo ribasso con un calo che ha toccato anche il 16%.

Nel corso della seduta le perdite si sono dimezzate e sul finale sono stati registrati anche acquisti di azioni sul mercato da parte di Alessandro Profumo. e Paolo Fiorentino. I guai di Unicredit, comunque, hanno finito per spostare l'ondata di vendite anche su altri istituti: così sono crollate anche le Banco Popolare (-14,7%) e le IntesaSanPaolo (-11,28%). Sono inoltre scivolate le Bpm (-6,2%) e le Unicredit (-5,48%). Ha arginato le perdite al 3%, invece, Mps.

Per tutti i titoli delle aziende dell'S&P/Mib è stata una seduta in profondo rosso, fatta eccezione per le Snam che hanno limitato i danni all'1,4%. Lo scivolone del prezzo del greggio ha fatto precipitare le Saipem (-15,2%) e le Eni (-9,6%), ma anche le Tenaris (-10,85%). Telecom Italia, arretrando del 10,8%, è piombata sotto la soglia di un euro per la prima volta nella storia della società, post fusione con Olivetti. Non è mancata una sospensione per eccesso di ribasso. Intensi gli scambi con oltre 250 milioni di azioni passate di mano pari a circa l'1,5% del capitale ordinario. Pesante anche Ti Media (-8,09% a 0,09 euro) e tra i telefonici seduta nera per Tiscali (-13,91%) e Fastweb (-8,91%). Tra i media Rcs ha perso l'8,49% e Mediaset il 6,5 per cento.

A Francoforte sono crollate del 37,4% le Hypo Real Estate, sul timore che la banca specializzata in mutui possa fallire, nonostante i prestiti ponte di altri istituti. Peraltro anche le azioni di Deutsche Bank e di Commerzbank sono precipitate rispettivamente del 9,62% e del 16,08%. Hanno fatto male comunque anche le azioni del settore auto, come Daimler (-14,55%).

Sulle altre piazze mondiali il quadro è stato ugualmente drammatico. La Borsa di Dublino è scivolata del 7% nel primo pomeriggio, sulla scia delle altre piazze europee. I titoli delle maggiori banche irlandesi hanno subito forti perdite nonostante il provvedimento varato dal governo la scorsa settimana per garantire al 100% i depositi bancari dei sei maggiori istituti. L'Allied Irish bank ha perso il 10%, la Bank of Ireland il 14%, l'Anglo Irish bank il 20% e la Irish Life e Permanent il 24%.

Colata a picco anche la Borsa di Mosca: l'indice Rts sprofonda sotto i 900 punti e scivola del -16% alle 15.33 italiane a 899,25 punti, dopo due "stop and go" in quello che si presenta come l'ennesima giornata nera. Il primo blocco delle contrattazioni - nella mattina - si è protratto per un'ora, il secondo per due. L'altro indice Micex è bloccato una terza volta, dopo essere sceso a 743,96 punti (-19,53%). Il calo dei prezzi delle azioni in borsa ha raggiunto il 15-33%.

E sono stati guai per le Borse anche in Sud America. In Brasile gli scambi sono stati sospesi per ben due volte sulla piazza di San Paolo, dove l'indice generale ha segnato flessioni superiori al 15%. Nel frattempo la divisa locale, il real, è caduta del 7 per cento circa sul dollaro, a livelli che non si registravano da quasi due anni. In Messico l'indice Ipc crolla del 9,8 per cento, in Argentina l'indice Merval dell'8,3 per cento. In Cina la Borsa registra una caduta del 6,9 per cento mentre la piazza colombiana cede il 4,5 per ceto.
Fonte Sole24Ore: Link




Come se non bastasse in aggiunta c'è questo:

Dopo il credit crunch legato al brusco sgonfiarsi dela bolla immobiliare, dopo la crisi finanziaria dei mutui subprime ad essa direttamente collegata, assisteremo alla rovinosa deflagrazione di un'alltra bomba ad orologeria, da tempo innescata dai "grandi" banchieri mondiali.
L'hanno scoperta analisti e investigative reporter finanziari e hanno lanciato l'allarme: i debiti accumulati dai consumatori sulle carte di credito non saldate, hanno superato i livelli di guardia. Oggi sono pari a 915 miliardi di dollari, una somma stratosferica, più del doppio dei famigerati mutui subprime, e identico è l'effetto domino che possono attivare: le banche, si è scoperto adesso, usano rivendere interi blocchi anche di questi crediti a finanziarie specializzate, che li impacchettano e li trasformano in titoli che mettono sul mercato.

Il rischio si disperde, si moltiplica, diventa irrintracciabile. Stessa identica procedura insomma dei mutui, ed effetti devastanti a catena che stavolta possono essere ancora peggiori: se i mutui bene o male sono supportati da una garanzia reale (la casa) e spesso sono anche assicurati da qualche agenzia federale, qui sono prestiti secchi e non garantiti in alcun modo. Anzi, per una perversione tutta americana, accade sistematicamente che al momento di aprire una carta di credito, l'unica cosa che ti chiede la banca è: avete una credit history? Il fatto di avere altri debiti in essere, costituisce esso stesso una garanzia.

Sono le cosiddette carte revolving, che si stanno affacciando ora anche in Italia: passato un mese di acquisti senza controlli, la banca manda a casa l'estratto conto per il saldo. Se non si paga, si accede automaticamente ad una sorta di fido, che può essere rinnovato di mese in mese. In America, dove il fenomeno ha assunto le proporzioni che si diceva (che crescono di giorno in giorno con un'accelerazione esponenziale), il più delle volte per pagare il conto delle carte revolving si prendono in prestito altri soldi dalla stessa o più spesso da un'altra banca. In questo caso si usa il meccanismo dell'home equity: dato che il valore della casa in cui si abita (e per la quale si paga già un mutuo, subprime o prime che sia) è aumentato, si chiede un rifinanziamento del mutuo stesso. Con i soldi così ottenuti, si paga il conto della carta revolving. E così via. Perché il giochetto funzionasse ovviamente bisognava che si possedesse una casa, e poi che il valore di questa aumentasse continuamente: ma dato che la situazione come tutti sanno è cambiata (ultimi dati della settimana scorsa: vendite in ribasso del 13% e prezzi del 4,9% su un anno fa), ecco che tutto il diabolico meccanismo si è bloccato. Ora la tensione accumulata potrebbe scoppiare da un momento all'altro nelle mani delle banche. Il numero e l'entità delle delinquency, cioè dei debiti sulle carte non saldati, sta aumentando vertiginosamente, e altrettanto i fallimenti individuali. Gli allarmi si moltiplicano.
Le banche si difendono come possono. Intanto cominciano ad accantonare riserve esplicitamente per questi crediti: l'ha già fatto Citigroup per 2 miliardi di dollari (che si aggiungono a tutte le perdite di questi mesi per le vicende analoghe), per poco meno lo sta per fare la Bank of America, l'ha fatto ovviamente l'American Express che trema perché di carte di credito vive e quindi ha aumentato del 44% le sue riserve per eventuali perdite.
Le banche hanno poi aumentato il tasso su questi che diventano prestiti anomali: come ha reso noto la Federal Reserve, nel 2005 la media era del 12,51% annuo, nel 2006 del 13,21, nel giugno 2007 del 13,46, oggi è schizzata al 1516%. Si parla di medie, ma andando ad analizzare caso per caso si trovano tassi molto superiori (fino ad un incredibile 27% per i ritardati pagamenti più gravi). Altra misura: si sta riducendo il numero dei mesi per i quali è possibile posticipare il saldo. Prima era in media di 1517, ora si è dimezzato e anche meno. Ancora: le offerte di lancio con cui si "vendono" le carte a clienti potenzialmente interessanti erano tipicamente di dodici mesi a zero interessi. Ora se va bene sono di tre mesi all'1,9%, come ha rilevato il sito specializzato cardRat ings.com.
I primi a cadere sono i più deboli. Business Week ha raccolto la settimana scorsa in un servizio di copertina le storie agghiaccianti di chi, essendo troppo povero per potersi permettere un'assicurazione sanitaria e troppo "ricco" per accedere ai programmi di sicurezza sociale, per pagarsi le spese mediche non ha altra via che aprirsi un fido con la carta revolving. Visto che stiamo parlando di 47 milioni di persone, più altri 16 milioni per i quali l'assicurazione non dà una copertura adeguata (con franchigie fino a 10mila dollari), una popolazione pari a quella italiana, le banche e le finanziarie avevano scoperto un'altra via per fare affari d'oro. Così hanno creato altrettante linee di carte revolving espressamente pensate per i debiti sanitari. Hanno nomi confortanti come CareCredit o Help (che però è un acronimo e sta per Hospital Expense Loan Program), ma in realtà sono tagliole micidiali. Si calcola che circa la metà del debito complessivo da carte di credito, i 915 miliardi di cui si parlava all'inizio, sia stato generato in questo modo. Le storie si somigliano tutte: famiglie distrutte, chi si è dovuto vendere la casa e vive in un camper, chi è inseguito da rate di 1520mila dollari che crescono ameboicamente ma intanto è disoccupato. E i tassi applicati arrivano con la massima indifferenza al 1520%. Come in casi analoghi, quello che colpisce è la rapidità con cui questi tassi aumentano, tanto più perché tutta la corsa ai debiti era cominciata pochissimi anni fa, fra il 2001 (anno della crisi post attentato di New York) e il 2004, quando i tassi erano bassissimi e quindi si è stimolato oltre ogni immaginazione l'indebitamento individuale.
Il caso della sanità è il più complesso perché gli ospedali, che conoscono ovviamente la situazione della maggior parte dei loro concittadini, a questo punto hanno quasi tutti adottato la seguente tattica: per chi paga cash senza batter ciglio (sia esso il paziente o l'assicurazione) fanno sconti anche del 2025%. Altrimenti girano senza esitazioni (entro duetre giorni) il loro credito a una finanziaria specializzata, sia essa emanazione di una banca (o anche di una grossa azienda come per esempio la General Electric che ha una branch specializzata) oppure ancora una società nata espressamente per questo business.
In ogni caso, la finanziaria si accolla il credito pagando l'8085% di quanto dovrebbe avere l'ospedale, che ha fretta di liberarsene perché ha urgente bisogno di contanti visti gli alti costi di medici, infermieri, farmaci, e accetta di rimetterci quel 1520%. A quel punto inizia il martellamento nei confronti del malcapitato, sia che questi sia inconsapevole sia che invece abbia aperto volontariamente al momento del ricovero un conto con una delle carte revolving di cui si diceva. I debiti della sanità finiscono nello stesso calderone dei debiti accesi per comprarsi l'auto (curiosamente qui i finanziamenti sono più generosi e i tassi si mantengono sul 78%), lo stereo, il frigorifero, la motofalciatrice. Così, in questo balletto di crediti, miliardi e tassi d'interesse stellari, nascono, proprio come per i mutui subprime, i famosi pacchetti "strutturati" che s'incanalano nei mille rivoli della finanza globale.
Attonite di fronte al dilagare della crisi debitoria, le autorità federali, dal presidente Bush alla Federal Reserve, stanno concordando con le grandi banche le misure d'intervento. Già se ne parlava al momento dei subprime, e se n'è tornato a parlare con maggior urgenza in questi giorni, ma è quasi pronto un primo fondo misto banche amministrazione di almeno 100 miliardi di dollari per tamponare le perdite. Poi le stesse autorità hanno avviato una partita ancora più delicata: l'opera di convincimento (e di aiuto concreto) perché proprio le stesse grandi banche rilevino le finanziarie più azzardose e più esposte. L'ha fatto la settimana scorsa la Hsbc rilevando la Cullinan Finance, che ha 37 miliardi di crediti strutturati a rischio, l'ha fatto la BankAmerica con la vacillante Countrywide per ben 2 miliardi. E sicuramente si andrà avanti per questa strada. A meno che non siano esse stesse, le grandi banche, a fallire.

Fonte: Link

Data inserimento: 06-10-08






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Guida per capire la crisi della finanza
Una piccola guida per provare a comprendere i fattori scatenanti dell'attuale crisi, dalla bolla dei subprime al ruolo dei derivati, le motivazioni di lungo periodo e le possibili soluzioni
3 novembre 2008

La finanza dovrebbe rappresentare il punto di incontro tra chi ha necessità di capitali per le proprie attività e chi ha una momentanea disponibilità di denaro. Le banche, in particolare, storicamente assolto la funzione di raccogliere denaro presso le famiglie e gli altri soggetti propensione al risparmio per finanziare le imprese e chi ha bisogno di capitali, agendo così volano per l'economia. In maniera per alcuni versi analoga, le borse valori permettono a imprese investitori di incontrarsi, facilitando lo scambio di titoli finanziari quali azioni e obbligazioni. La finanza viene oggi invece associata alle continue e profonde crisi che hanno scosso l'economia mondiale negli ultimi anni. Ricordiamo quella che ha colpito il Sud-Est asiatico nel 1997, crisi regionali o nazionali (Russia, Messico, Argentina), la bolla della new-economy, fino ad arrivare alla drammatica situazione di queste ultime settimane.

I Paesi del Sud sono quelli che fino a oggi hanno pagato il prezzo più alto per queste continue ma anche il 'ricco' Nord ne subisce sempre più gli impatti e le conseguenze negative. Negli Uniti due milioni di persone potrebbero perdere per sempre la casa in seguito alla bolla dei subprime, mentre la profonda crisi finanziaria e del sistema bancario sta contagiando l'economia reale e rischia seriamente di trascinare gran parte del pianeta in una pesante fase recessiva.


La guida può essere scaricata da questo link:
Link



Fonte: Link


Postato da Francesco Beato in data 07/11/2008 alle ore 14:30:05 con Opera in Linux


Bombe finanziarie a scoppio ritardato
Marco Gallicani Finansol
[24 Ottobre 2008]

Le borse internazionali chiudono in rosso un'altra settimana, nonostante centinaia di miliardi di aiuti, summit straordinari e ricapitalizzazioni. Il terreno della finanza internazionale è ancora minato: ecco cosa potrebbe scoppiare nei prossimi mesi.

I governi, per primo quello statunitense, hanno preso misure apparentemente molto energiche per proteggere il sistema finanziario dagli effetti perversi della crisi, sulla cui adeguatezza si potrebbe discutere, ma il percorso della finanza Usa è comunque disseminato ancora di molti potenziali problemi. Nei prossimi mesi, le banche di quel paese potrebbero trovarsi di fronte a nuove difficoltà, a causa di almeno tre ordigni a scoppio ritardato che giacciono più o meno nascosti nel terreno. Si tratta della questione delle carte di credito, di quella delle vendite forzate di titoli da parte degli hedge funds e del venire a maturazione di rate di debiti a lungo termine che le imprese potrebbero non riuscire a pagare.
Sulla prima questione troviamo un resoconto accurato su Business Week di fine ottobre: sostiene la rivista che attualmente le banche statunitensi hanno un'esposizione di circa 950 miliardi di dollari verso i loro clienti per crediti concessi attraverso il meccanismo delle carte di credito; la valutazione è quella che una parte consistente di questi crediti non saranno mai ripagati. Questo problema toccherà in particolare anche quelle grandi banche che hanno evitato in misura consistente i problemi legati al subprime. I provvedimenti di salvataggio varati dal governo non riguardano comunque questo settore. Le stime sulle perdite parlano di 41 miliardi di dollari da qui alla fine dell'anno e di 90 miliardi nel 2009. Per far fronte al problema molte banche stanno alzando i tassi di interesse su questi crediti, aumentando le commissioni e così via, ma questo rende ancora più difficile ai debitori di far fronte ai loro impegni. Le cose sono ancora più gravi perché le banche, come nel caso dei mutui immobiliari, hanno impacchettato [cartolarizzato] in passato una parte molto consistente di questi crediti 'circa il 70 per cento ' in titoli ceduti sul mercato. Così hanno risolto in parte almeno il problema di come finanziare lo sviluppo del mercato e nello stesso tempo si sono liberate di una parte dei rischi. Questa pratica coinvolge nella crisi molte altre istituzioni finanziarie, mentre il mercato della titolarizzazione di questi crediti si è ora quasi prosciugato e comunque i tassi di interesse sono molto aumentati.
La crisi non sta certo risparmiando il settore degli hedge funds; molti operatori del comparto, passati gli anni d'oro che permettevano a molti manager dei fondi di guadagnare ogni anno somme colossali ora chiudono per le troppe perdite, o perché appare ormai molto difficile ottenere dei risultati soddisfacenti. E si va manifestando un altro fenomeno parallelo: molti clienti dei fondi vogliono ritirarsi e riprendersi i soldi investiti, cosa che in questo settore di solito si può fare, ma solo in date prestabilite. Alcuni fondi cercano di bloccare questo processo, con promesse o con minacce, ma la tendenza va comunque avanti. Nel frattempo, le banche sono sempre più riluttanti a prestare soldi agli hedge funds, se non in qualche caso a prezzi esorbitanti. I clienti hanno ritirato circa 43 miliardi di dollari dai fondi in settembre, secondo una stima prudenziale mentre per ottobre ci si aspetta un livello di ritiri molto più elevato e lo stesso per i due mesi seguenti. Qualcuno stima che da settembre a dicembre i ritiri potrebbero totalizzare anche alcune centinaia di miliardi di dollari. Per far fronte al problema, gli hedge funds sono ora costretti a vendere i titoli in loro possesso, ciò che deprime il corso dei titoli stessi ed aumenta le perdite dei fondi, aprendo un circolo vizioso. Una stima valuta che nei prossimi mesi il settore, che gestisce intorno ai 2.000 miliardi di dollari, potrebbe vedere ridurre le sue dimensioni di circa il 50 per cento.
E veniamo brevemente all'ultima questione: si sa che, in generale, intercorre un certo lasso di tempo tra il momento dello scatenarsi della crisi finanziaria e il suo eventuale propagarsi al settore dell'economia reale. La crisi delle banche sta portando, tra gli altri inevitabili effetti, anche ad una stretta sui crediti alle imprese; molte società si trovano in difficoltà perché i loro business di riferimento ' dall'edilizia all'auto, per citare quelli che colpiscono di più l'immaginazione ' non stanno in questo momento andando molto bene. O si consideri anche tutte quelle imprese che hanno un forte orientamento all'export. Ecco allora che nei prossimi mesi, man mano che verranno a scadenza, in tutto o in parte, i finanziamenti concessi nel periodo in cui le cose sembravano andar bene, molte imprese avranno grosse difficoltà di restituzione e troveranno difficilmente la possibilità di un rinnovo degli affidamenti. Non è possibile fornire cifre precise sull'entità del fenomeno nei mesi a venire, ma esso potrebbe essere molto rilevante.
Mettendo insieme i tre fenomeni [e ce ne potrebbero altri] si ha l'impressione che assisteremo nei prossimi mesi a delle nuove sorprese, non tutte positive e che i governi dovranno di nuovo trovare le risorse e le vie per arginarle.

Fonte Carta: Link


Postato da Francesco Beato in data 24/10/2008 alle ore 15:52:22 con Opera in Linux


Crisi finanziaria. Con questi meccanismi perversi non si poteva evitare

'Magari avessi investito in tango bond argentini!'
Questa frase non la pensa nessuno. Nessuno tranne uno, in Italia. Si chiama Giovanni Vallesi, pescarese. Perchè? Perchè almeno con quelli si perde tutto quello che hai, non anche ciò che non hai.
Un uomo normale, dipendente statale, quindi stipendio sui 1200 euro al mese. La sua rovina è stata essersi fidato di una Banca, che ha fatto 'scommesse' con il denaro del suo conto corrente, fino a creare un buco di 3 milioni di euro.
Possibile che l'istituto bancario non si accorga che qualche operazione non va, prima di arrivare a un buco simile? Strano, perchè in tutto questo, oltre al signor Vallesi, chi ci rimette è l'istituto stesso, ben sapendo che un uomo con il suo stipendio non potrà mai coprire un debito tale. Come mai l'istituto non si è tutelato da questi rischi?
Domanda: si può scommettere senza garanzia che si va in rosso? Traduco: posso scommettere 30mila euro se ne ho 1000 sul conto? E se perdo questi 30mila posso continuare a scommettere fino ad arrivare ad un conto in rosso di 3 milioni di euro?
Non deve essere tanto legale se l'operazione è stata commessa su 73 correntisti di cui 72 risarciti. E indovinate di chi si sono dimenticati nella lista degli aventi diritto? In graduatoria nell'ordine del risarcimento il nostro uomo era al posto numero 9, ma è stato saltato a piè pari e hanno pensato a tutti gli altri. Perchè?
Probabilmente era più brutto, o più antipatico. Deve essere andata così. Ma ricostruiamo un po' la storia.
Nel 2003 un consigliere comunale di AN, Pierluigi Catapano, dichiarò che nella Caripe, si facevano rischiosi giochi finanziari avallati dalla banca d'Italia, finanziariamente leciti ma moralmente e civilmente ignobili.
Sempre in quel periodo, il consiglio di amministrazione ha assunto un pool di super scienziati, una task force di 16 (diconsi sedici) persone con il compito di valutare le nuove strategie della banca: scienziati ovviamente strapagati (un normale stipendio di un impiegato loro ce l'hanno in un solo giorno). Il risultato dell'A-Team è stato che la Caripe, dopo aver creato un buco totale di 100miliardi di vecchie lire, è stata inglobata (diciamo risucchiata) dalla banca di Lodi che ne ha acquistato le azioni, ovviamente sotto costo (come si chiama in gergo? Sciacallaggio o speculazione?. E sciacallando (o speculando) sulla Caripe, la Banca di Lodi decolla al 51 % delle azioni.

I responsabili sono identificati in incensurati facenti parte di tre gruppi: direzione, consiglio di amministrazione e collegio sindacale. Una sanzione pecuniaria è stato l'unico provvedimento (un massimo di 10mila e dispari euro). A seguito di questi piccoli incidenti di percorso, la Caripe (o quello che rimane della caripe) si mette nelle mani confortevoli della Popolare Adriatica, della Tercas: insomma, si sentono parole di grande soddisfazione dai dirigenti che 'raccolgono la sfida di far ripartire la banca' offrendo particolari benefici per tutti, soprattutto per gli acquisti di immobili, mutui agevolati e bla bla bla.

Però in tutto questo bel percorso e in tutti i bei discorsi dei professoroni e scienziati, il caro Giovanni Vallesi è rimasto schiacciato, perchè come è vero che nell'atto di risarcire tutti la banca 'aggiusta il bilancio' togliendo quel buco che di fatto non risulta nel bilancio dell'istituto di credito (probabilmente ai fini di eventuali ispezioni), nei fatti, sul conto del Vallesi quel macigno rimane. Anzi! Tutt'ora ogni 3 mesi si vede arrivare più di 100mila euro di interessi passivi. E per Pescara, Vallesi non esiste. Non ha diritto a una vita, non può farsi un mutuo (e probabilmente anche potendo sarebbe lui a non volerlo fare, visti i precedenti con questa filiale). Però ho sentito che un romeno ha beccato 12 anni di galera per aver clonato carte di credito. Se si denuncia la clonazione, il cittadino derubato viene risarcito dalla banca, che però a sua volta è assicurata, quindi nessuno ci rimette niente. Al limite la Visa perde 1000 euro (ma è la Visa, e la truffa è ben inferiore). La morale è: se devi rubare, ruba tantissimo, più di quanto riesci ad immaginare. Rischi al massimo di fare il presidente del consiglio.



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Postato da Francesco Beato in data 23/10/2008 alle ore 14:11:20 con Opera in Linux


Mario Draghi conferma la crisi
AUTORE DEL L'ARTICOLO
Ivo Cappelli

Quasi si rimane increduli di fronte a quanto potrebbe succedere per l'economia intera del nostro Paese, metre i politici fanno il rimpallo delle responsabilità,le banche invece........

Ecco finalmente una conferma che questa crisi sta incombendo su di noi; quella crisi infatti che travolge tutti i mercati mondiali,ora entra nei nostri portafogli. C'è voluto Mario Draghi, Governatore di Bankitalia a farcelo capire che la recessione anche da noi ' è ben evidente... e la vera emergenza è data dal calo dei consumi'. Sono dati, - afferma sempre Draghi, 'che sotto il peso dell'erosione del reddito disponibile, a causa dell'inflazione e dell'aumento del servizio al debito che preoccupano'. Questi dati ufficializzati ora anche dalla prima Banca italiana ci confermano senza alcun sospetto che i redditi sono di molto calati e di conseguenza è calato il potere di acquisto per salari e pensioni soprattutto.

Il primo segnale negativo si è visto con l'aumento dei mutui. Se poi a tutto questo uniamo il forte aumento della pressione fiscale in questi ultimi 3 anni a livello locale, per mantenere 'efficente' il Servizio sanitario nazionale, oltre ad una miriade di enti inutili quali Comunità montane 'di bassa quota', allora se tutto questo non ci porta ad un livello di bancarotta, ditemelo Voi se sto sbagliando. Una paura infatti che si genera non solo sui risparmiatori, ma ora anche su chi percepisce uno stipendio. La storia in questi giorni ci riporta al 1929 dove, dopo il crollo della grande Wall Street,venne subito adottata una politica di intervento sociale che portò prima l'America poi tutto il resto del mondo, lontano dallo sfacelo. Fu infatti agli inizi degli anni trenta del secolo scorso, il presidente Roosvelt ad avviare quel 'New Deal' che creò tanti posti di lavoro,con conseguenti aumenti di redditi e di consumi.

In Italia invece pare si verifichi tutto il contrario: vengono tagliati i posti di lavoro, si genera paura nella pubblica amministrazione con la la parabola dei fannulloni e nel contempo non vengono create leggi che riqulifichino certi lavori. In compenso, viene pompato pubblico denaro verso tutte le banche che guardacaso 'hanno sottratto reddito dai consumi': esempio per tutti ne è l'aumento già descritto dei mutui nell'ultimo periodo(biennio). Del salvataggio delle banche, di cui tante han sinora speculato sui nostri risparmi, se ne parla assai in quest'ultimo periodo; il tutto è ovvio altrimenti se non vi fossero questi salvataggi in extremis, crollerebbe l'intero sistema economico del nostro Paese.Per concludere : dopo il danno la grande beffa, infatti le banche verranno si salvate, ma solo coi nostri soldi.

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Postato da Francesco Beato in data 22/10/2008 alle ore 21:15:27 con Opera in Linux


Non c'è soltanto la Borsa, impazzita come non mai in questa fase. Un'alternativa che presenta rischi assai minori è il mercato obbligazionario. Ma anche qui occorre prestare grande attenzione. Ecco alcune istruzioni per l'uso.

1) Sui bond non corro rischi?
Errore. Ci sono moltissime obbligazioni societarie e bancarie che hanno perso oltre il 10% solo nell'ultimo anno. In questo momento conviene investire solo in titoli di Stato dell'area euro. Vanno bene BTp, Bund e anche titoli sovranazionali come le Bei. I rendimenti lordi restano interessanti con il Bund a 2 anni al 3,2% e il BTp al 3,65 per cento.

2) Se volessi guadagnare di più?
Si deve allungare la scadenza. Il BTp decennale attualmente offre quasi un punto in più di rendimento, ma è sottoposto a maggiore oscillazione di prezzo. Restano i bond delle banche e delle imprese, ma oggi non è consigliabile l'acquisto, perché il pizzico di rendimento in più non vale, in questa particolare fase congiunturale, il rischio cui si incorre. Tutti gli esperti concordano nel ritenere che sia meglio lasciar passare la bufera.

3) Perché è meglio evitare i bond delle banche? Quelle italiane sono più solide e sicure delle grandi merchant bank americane?
Questo è vero, ma con ogni probabilità il gioco non vale la candela.
Per essere allettante, un bond bancario dovrebbe offrire un rendimento superiore di almeno il 2-3% su un titolo di Stato di pari durata. E spesso non avviene: l'extra-rendimento in genere è più contenuto perché le banche cercano di rendere meno oneroso possibile il costo della raccolta di denaro. Inoltre basta un qualsiasi rumor sull'affidabilità della banca, come è accaduto in questi giorni su UniCredit, per veder il prezzo cadere.

4) Allo sportello mi hanno parlato di prestiti subordinati degli istituti di credito con rendimenti ben sopra il 5%, se non vicino al 6%. Cosa significa? Posso stare tranquillo?
Quel guadagno teorico in più serve a ripagare il maggior rischio cui ci si espone dato che, come dice la terminologia, in caso di fallimento dell'emittente l'eventuale rimborso è subordinato al pagamento in via preliminare di altri creditori.
Come si vede è sempre un problema di rischio/rendimento: più il prodotto è ghiotto più cela maggiori insidie. Sta al risparmiatore decidere se correre o meno quest'avventura.

5) Come si riconosce un bond subordinato?
Fatevi dare il prospetto dalla banca. Se trovate termini astrusi come 'Lower Tier II' o 'Upper Tier II', quel prodotto è un prestito subordinato. Leggete sempre con cura e, se non capite, chiedete maggiori ragguagli.

6) E per quanto riguarda altri settori. C'è convenienza a comprare obbligazioni delle società industriali?
In linea teorica sì, dato che c'è un margine di guadagno maggiore che non sui titoli di Stato. Le utility tipicamente e in qualche caso anche le telecomunicazioni sono le aziende a minor rischio, dato che producono flussi di cassa stabili nel tempo in grado di ripagare gli interessi sul debito. Ma tutto dipenderà da quanto durerà la crisi del credito, giacché molti temono si possa trasferire sull'industria rendendo più caro il ricorso all'indebitamento.

7) Conviene comprare bond in dollari?
Meglio sempre evitare quando si comprano bond, dati i bassi rendimenti relativi, correre anche il rischio del cambio che può vanificare tutti i guadagni in un attimo. Poi il dollaro ha recuperato terreno dai minimi storici sull'euro. Non è il momento.

8) Mi dicono di guardare i rating e scegliere i bond di banche e imprese sulla base dell'alto merito di credito.
Quello dei rating è un capitolo inquietante. Le agenzie arrivano a tagliare i giudizi quasi sempre quando i buoi sono ormai scappati. Lo si è visto con Lehman che aveva un alto standing fino al giorno prima del fallimento. O per casi meno drammatici valga la lezione di General Electric che vanta un voto a tripla A. Ciò nonostante il bond in scadenza nel 2011 ha perso da metà settembre oltre il 10% del valore a causa della psicosi sui listini.

Sole24ore: Link


Postato da Francesco beato in data 08/10/2008 alle ore 15:21:43 con Firefox in Linux


Crisi: Caruana, su Europa 40% perdite
'Estensione garanzie su depositi serve a restituire fiducia'

(ANSA) - WASHINGTON, 7 OTT - 'Sull'Europa pesa il 40% delle perdite legate ai subprime Usa'. Lo ha detto Jaime Caruana, del Fondo Monetario Internazionale. Caruana ha precisato che l'estensione delle garanzie sui depositi 'serve a restituire fiducia. L'Europa anche su questo deve adottare un approccio coordinato, serve una piena armonizzazione. Un fondo europeo per affrontare la crisi? L'Fmi non da' suggerimenti specifici, ma ritiene che si debba agire in modo coordinato su capitale, asset, e finanziamenti'.

Ansa: Link


Postato da Francesco beato in data 07/10/2008 alle ore 20:42:31 con Firefox in Linux


Dieci consigli per il risparmio garantito
di Marco lo Conte

1
I conti bancari sono garantiti?
Sì: il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) garantisce i conti bancari fino a 103.291,38 euro per depositario. La somma riguarda ciascun cliente e, se si hanno conti su più banche, ciascuna banca. Il limite invece resta a 103mila euro totali se si hanno più conti nella stessa banca. Per i conti contestati, la garanzia vale per ciascun cointestatario: se moglie e marito hanno un conto in comune la garanzia sale a oltre 206mila euro.
2
Queste garanzie valgono anche per i conti online?
Che siano online o in una filiale bancaria, i conti correnti presentano le stesse garanzie: fino a 103.291,38 euro per depositario, nelle stesse forme e modalità valide per i conti correnti 'tradizionali'.
3
La garanzia dei conti correnti bancari si estende anche a eventuali conti correnti cifrati?
I conti correnti cifrati sono garantiti alla stessa stregua degli altri, purché il titolare dimostri, documenti alla mano, di esserne il legittimo proprietario.
4
E i libretti postali?
I libretti postali sono garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, una società per azioni controllata per il 70% dallo Stato attraverso il Tesoro e per la restante parte da fondazioni, soprattutto bancarie. Il loro livello di garanzia è dunque del tutto assimilabile a quello offerto dai titoli di Stato italiani.
5
Gli assegni circolari sono sicuri?
Sì, anch'essi sono garantiti dal Fondo interbancario di tutela dei depositi per gli stessi ammontari indicati per il conto corrente bancario. Ogni istituto che emette gli assegni circolari deve depositare una cauzione presso la Banca centrale proporzionata all'ammontare dei titoli emessi.
6
Posso stare tranquillo per i miei certificati di deposito?
Certo, il Fondo interbancario di tutela dei depositi garantisce anche quelli ma solo se nominativi, non al portatore, per gli stessi controvalori indicati per i conti correnti bancari.
7
Chi garantisce il conto titoli?
Questo strumento è simile a una cassetta di sicurezza: custodisce azioni, bond e altri strumenti di investimento di proprietà del risparmiatore. E' quindi separato dal patrimonio della banca: in caso di liquidazione di questa, i titoli verrebbero riconsegnati al risparmiatore.
8
Sono sicuri i titoli di Stato?
E' lo Stato che garantisce i Buoni ordinari del Tesoro e gli altri titoli pubblici come CTz, CcT o BTp e si impegna a restituire a chi li sottoscrive, a scadenze prestabilite, la somma investita oltre a un interesse che varia in base alle condizioni del titolo e alle oscillazioni del mercato.
9
Qual è la situazione per i fondi comuni?
I fondi comuni, così come la loro versione quotata ' gli Etf ', sono organismi di investimento collettivo del risparmio, prodotti da società di gestione del risparmio (Sgr) spesso controllate da istituti di credito ma autonome. Gli attivi sono custoditi da una banca depositaria. In caso di liquidazione della banca i patrimoni dei fondi comuni e degli Etf non sono interessati dalla liquidazione ma restano di proprietà del risparmiatore e gli vengono restituiti. Ovviamente l'andamento del mercato influenza il valore delle quote, che può salire o scendere.
10
E per i fondi pensione?
Come i fondi comuni, anche i fondi pensione hanno un patrimonio separato da quello delle società che li gestiscono e quindi non sono coinvolti da una liquidazione di queste. Come per i fondi, però, il valore delle quote varia in funzione dei mercati.

Fonte Sole24ORE: Link


Postato da Francesco beato in data 07/10/2008 alle ore 14:35:30 con Firefox in Linux


Borsa: Milano gira in negativo
Mibtel scivola a - 0, 25%, S&p Mib - 0, 42%

(ANSA) - MILANO, 7 OTT - Fallisce il rimbalzo di Piazza Affari dopo il lunedi' nero di ieri. Dopo un avvio in rialzo, il Mibtel e' passato in negativo a -0,25%.Lo S&P/Mib scivola invece dello 0,42%. A trascinare gli indici in negativo sono state Unicredit, congelata al ribasso, Impregilo (-4,24%), Geox (-4,46%) e Fiat (-3,08%). Male anche Italcementi (-3,50%) e banca Mps (-2,51%). Gira in negativo anche Telecom (-0,84%) mentre resistono Tenaris (+4,34%), Banco Popolare (+2,44%) e Intesa Sanpaolo (+1,52%).

Ansa: Link



Usa; debito sopra 10. 000 mld dlr
Dati del Tesoro, ad agosto era a 9, 64 mld
(ANSA) - WASHINGTON, 7 OTT - Il debito pubblico americano ha sfondato il tetto dei 10.000 miliardi di dollari in settembre. E' quanto si evince dal rapporto mensile sul debito diffuso dal Tesoro americano sul proprio sito internet. Al 30 settembre il debito pubblico americano si e' attestato a 10.025 miliardi contro i 9.646 miliardi di agosto.
Ansa: Link


Postato da Francesco beato in data 07/10/2008 alle ore 12:38:14 con Firefox in Linux


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