Crisi Finanizaria 2
 Borsa, peggio dell'11 settembre. Milano chiude a -8,24 per cento
a cura di Alberto Annicchiarico
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Tokyo, ora i timori sono sull'economia reale (dal nostro corrispondente Stefano Carrer)
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La crisi delle banche e le mosse non convincenti dei Governi europei (con la Germania che si è opposta a un fondo comune di salvataggio, ma ha esteso la garanzia sui depositi) hanno spinto i listini verso una vera e propria disfatta in Europa, con gli indici sono arrivati a accusare tonfi superiori al 9 per cento.
Complice del tracollo il bilancio di Wall Street, un campo di battaglia con morti e feriti. L'approvazione del Piano Paulson da 850 miliardi di dollari al Congresso non ha sortito l'effetto sperato. Anzi. È palpabile il timore che la crisi finanziaria possa intaccare il tessuto industriale. I listini newyorchesi restavano in profondo rosso a metà seduta: Dow Jones -5,38% a 9.769,76 punti, dopo aver toccato un nuovo minimo dall'ottobre 2004 ben sotto la soglia dei 10 mila punti a 9.738,3. Male anche il Nasdaq (-6,38% a 1.823,85) e l'S&P500 (-5,91% a 1.034,29). A picco Citigroup (-9,6%) e Morgan Stanley (-9,57%), ma anche Gm (-8,1%) e Boeing (-7,9%).Ne ha risentito anche il prezzo del greggio, sceso sotto i 90 dollari al barile. Il dollaro ha ripreso forza sull'euro, sceso sotto quota 1,35.
Nel complesso i mercati mondiali hanno bruciato qualcosa come 1.700 miliardi di capitalizzazione, 444 miliardi soltanto in Europa. L'indice Dj Stoxx 600, che alla vigilia capitalizzava 6.140 miliardi di euro, ha infatti perso oggi il 7,23%, portandosi ai minimi dal novembre 2004 e registrando il calo più consistente in una singola seduta dallo storico lunedi nero del 1987.
Sui mercati è scattato un vero e proprio panic-selling. A Parigi il Cac40 ha lasciato sul terreno il 9,04%, più forte ribasso dalla sua creazione nel 1988, a Francoforte il Dax ha perso il 7,07%, a Londra l'Ftse 100 il 7,2%. Il Mibtel e l'S&P/Mib hanno chiuso in calo dell'8,24%, peggior ribasso dal '98, anno della privatizzazione di Piazza Affari. Per ritrovare flessioni degli indici superiori all'8% è necessario tornare addirittura al 1994, mentre negli ultimi dieci anni la giornata peggiore era stata quella dell'11 settembre 2001, quando, in concomitanza con il crollo dei mercati di tutto il mondo dopo gli attentati di Al Qaeda negli Stati Uniti, Milano aveva perso il 7,42 per cento. Quanto ai livelli raggiunti dagli stessi indici, non erano così bassi dal maggio del 2003, ovvero da quasi 5 anni e mezzo.
Le banche sono letteralmente franate in tutta Europa, visto che ormai nessun investitore si fida più della solidità degli istituti di credito. Del resto le banche stesse sospettano l'una dell'altra e la dimostrazione è che i tassi sul mercato interbancario, in rialzo da mesi, oggi hanno segnato nuovi massimi: l'Euribor a una settimana ha aggiornato il top degli ultimi sette anni, al 4,885%, mentre il tasso a tre mesi ha fatto segnare il nuovo massimo dal 1994, al 5,345% dal 5,339%.
A Milano vendite a piene mani, senza eccezioni, anche per i titoli di big a prova di crisi, come Eni o Atlantia (-10,5%). Numerose azioni delle aziende a maggior capitalizzazione a metà giornata sono state sospese per eccesso di ribasso: nel pomeriggio ben sedici titoli avevano subito stop per eccesso di ribasso contemporaneamente. Unicredit ha chiuso la seduta con un calo del 5,94% e un ultimo prezzo di 2,9 euro all'indomani dell'annuncio della manovra da 6,6 miliardi per rafforzare il patrimonio del gruppo. Una seduta più breve del solito con un avvio delle contrattazioni posticipato alle 10, per consentire all'ad Alessandro Profumo di spiegare il piano agli analisti in conference call, e che ha portato il titolo subito in profondo ribasso con un calo che ha toccato anche il 16%.
Nel corso della seduta le perdite si sono dimezzate e sul finale sono stati registrati anche acquisti di azioni sul mercato da parte di Alessandro Profumo. e Paolo Fiorentino. I guai di Unicredit, comunque, hanno finito per spostare l'ondata di vendite anche su altri istituti: così sono crollate anche le Banco Popolare (-14,7%) e le IntesaSanPaolo (-11,28%). Sono inoltre scivolate le Bpm (-6,2%) e le Unicredit (-5,48%). Ha arginato le perdite al 3%, invece, Mps.
Per tutti i titoli delle aziende dell'S&P/Mib è stata una seduta in profondo rosso, fatta eccezione per le Snam che hanno limitato i danni all'1,4%. Lo scivolone del prezzo del greggio ha fatto precipitare le Saipem (-15,2%) e le Eni (-9,6%), ma anche le Tenaris (-10,85%). Telecom Italia, arretrando del 10,8%, è piombata sotto la soglia di un euro per la prima volta nella storia della società, post fusione con Olivetti. Non è mancata una sospensione per eccesso di ribasso. Intensi gli scambi con oltre 250 milioni di azioni passate di mano pari a circa l'1,5% del capitale ordinario. Pesante anche Ti Media (-8,09% a 0,09 euro) e tra i telefonici seduta nera per Tiscali (-13,91%) e Fastweb (-8,91%). Tra i media Rcs ha perso l'8,49% e Mediaset il 6,5 per cento.
A Francoforte sono crollate del 37,4% le Hypo Real Estate, sul timore che la banca specializzata in mutui possa fallire, nonostante i prestiti ponte di altri istituti. Peraltro anche le azioni di Deutsche Bank e di Commerzbank sono precipitate rispettivamente del 9,62% e del 16,08%. Hanno fatto male comunque anche le azioni del settore auto, come Daimler (-14,55%).
Sulle altre piazze mondiali il quadro è stato ugualmente drammatico. La Borsa di Dublino è scivolata del 7% nel primo pomeriggio, sulla scia delle altre piazze europee. I titoli delle maggiori banche irlandesi hanno subito forti perdite nonostante il provvedimento varato dal governo la scorsa settimana per garantire al 100% i depositi bancari dei sei maggiori istituti. L'Allied Irish bank ha perso il 10%, la Bank of Ireland il 14%, l'Anglo Irish bank il 20% e la Irish Life e Permanent il 24%.
Colata a picco anche la Borsa di Mosca: l'indice Rts sprofonda sotto i 900 punti e scivola del -16% alle 15.33 italiane a 899,25 punti, dopo due "stop and go" in quello che si presenta come l'ennesima giornata nera. Il primo blocco delle contrattazioni - nella mattina - si è protratto per un'ora, il secondo per due. L'altro indice Micex è bloccato una terza volta, dopo essere sceso a 743,96 punti (-19,53%). Il calo dei prezzi delle azioni in borsa ha raggiunto il 15-33%.
E sono stati guai per le Borse anche in Sud America. In Brasile gli scambi sono stati sospesi per ben due volte sulla piazza di San Paolo, dove l'indice generale ha segnato flessioni superiori al 15%. Nel frattempo la divisa locale, il real, è caduta del 7 per cento circa sul dollaro, a livelli che non si registravano da quasi due anni. In Messico l'indice Ipc crolla del 9,8 per cento, in Argentina l'indice Merval dell'8,3 per cento. In Cina la Borsa registra una caduta del 6,9 per cento mentre la piazza colombiana cede il 4,5 per ceto.
Fonte Sole24Ore: Link
Come se non bastasse in aggiunta c'è questo:
Dopo il credit crunch legato al brusco sgonfiarsi dela bolla immobiliare, dopo la crisi finanziaria dei mutui subprime ad essa direttamente collegata, assisteremo alla rovinosa deflagrazione di un'alltra bomba ad orologeria, da tempo innescata dai "grandi" banchieri mondiali.
L'hanno scoperta analisti e investigative reporter finanziari e hanno lanciato l'allarme: i debiti accumulati dai consumatori sulle carte di credito non saldate, hanno superato i livelli di guardia. Oggi sono pari a 915 miliardi di dollari, una somma stratosferica, più del doppio dei famigerati mutui subprime, e identico è l'effetto domino che possono attivare: le banche, si è scoperto adesso, usano rivendere interi blocchi anche di questi crediti a finanziarie specializzate, che li impacchettano e li trasformano in titoli che mettono sul mercato. Il rischio si disperde, si moltiplica, diventa irrintracciabile. Stessa identica procedura insomma dei mutui, ed effetti devastanti a catena che stavolta possono essere ancora peggiori: se i mutui bene o male sono supportati da una garanzia reale (la casa) e spesso sono anche assicurati da qualche agenzia federale, qui sono prestiti secchi e non garantiti in alcun modo. Anzi, per una perversione tutta americana, accade sistematicamente che al momento di aprire una carta di credito, l'unica cosa che ti chiede la banca è: avete una credit history? Il fatto di avere altri debiti in essere, costituisce esso stesso una garanzia.
Sono le cosiddette carte revolving, che si stanno affacciando ora anche in Italia: passato un mese di acquisti senza controlli, la banca manda a casa l'estratto conto per il saldo. Se non si paga, si accede automaticamente ad una sorta di fido, che può essere rinnovato di mese in mese. In America, dove il fenomeno ha assunto le proporzioni che si diceva (che crescono di giorno in giorno con un'accelerazione esponenziale), il più delle volte per pagare il conto delle carte revolving si prendono in prestito altri soldi dalla stessa o più spesso da un'altra banca. In questo caso si usa il meccanismo dell'home equity: dato che il valore della casa in cui si abita (e per la quale si paga già un mutuo, subprime o prime che sia) è aumentato, si chiede un rifinanziamento del mutuo stesso. Con i soldi così ottenuti, si paga il conto della carta revolving. E così via. Perché il giochetto funzionasse ovviamente bisognava che si possedesse una casa, e poi che il valore di questa aumentasse continuamente: ma dato che la situazione come tutti sanno è cambiata (ultimi dati della settimana scorsa: vendite in ribasso del 13% e prezzi del 4,9% su un anno fa), ecco che tutto il diabolico meccanismo si è bloccato. Ora la tensione accumulata potrebbe scoppiare da un momento all'altro nelle mani delle banche. Il numero e l'entità delle delinquency, cioè dei debiti sulle carte non saldati, sta aumentando vertiginosamente, e altrettanto i fallimenti individuali. Gli allarmi si moltiplicano.
Le banche si difendono come possono. Intanto cominciano ad accantonare riserve esplicitamente per questi crediti: l'ha già fatto Citigroup per 2 miliardi di dollari (che si aggiungono a tutte le perdite di questi mesi per le vicende analoghe), per poco meno lo sta per fare la Bank of America, l'ha fatto ovviamente l'American Express che trema perché di carte di credito vive e quindi ha aumentato del 44% le sue riserve per eventuali perdite. Le banche hanno poi aumentato il tasso su questi che diventano prestiti anomali: come ha reso noto la Federal Reserve, nel 2005 la media era del 12,51% annuo, nel 2006 del 13,21, nel giugno 2007 del 13,46, oggi è schizzata al 1516%. Si parla di medie, ma andando ad analizzare caso per caso si trovano tassi molto superiori (fino ad un incredibile 27% per i ritardati pagamenti più gravi). Altra misura: si sta riducendo il numero dei mesi per i quali è possibile posticipare il saldo. Prima era in media di 1517, ora si è dimezzato e anche meno. Ancora: le offerte di lancio con cui si "vendono" le carte a clienti potenzialmente interessanti erano tipicamente di dodici mesi a zero interessi. Ora se va bene sono di tre mesi all'1,9%, come ha rilevato il sito specializzato cardRat ings.com.
I primi a cadere sono i più deboli. Business Week ha raccolto la settimana scorsa in un servizio di copertina le storie agghiaccianti di chi, essendo troppo povero per potersi permettere un'assicurazione sanitaria e troppo "ricco" per accedere ai programmi di sicurezza sociale, per pagarsi le spese mediche non ha altra via che aprirsi un fido con la carta revolving. Visto che stiamo parlando di 47 milioni di persone, più altri 16 milioni per i quali l'assicurazione non dà una copertura adeguata (con franchigie fino a 10mila dollari), una popolazione pari a quella italiana, le banche e le finanziarie avevano scoperto un'altra via per fare affari d'oro. Così hanno creato altrettante linee di carte revolving espressamente pensate per i debiti sanitari. Hanno nomi confortanti come CareCredit o Help (che però è un acronimo e sta per Hospital Expense Loan Program), ma in realtà sono tagliole micidiali. Si calcola che circa la metà del debito complessivo da carte di credito, i 915 miliardi di cui si parlava all'inizio, sia stato generato in questo modo. Le storie si somigliano tutte: famiglie distrutte, chi si è dovuto vendere la casa e vive in un camper, chi è inseguito da rate di 1520mila dollari che crescono ameboicamente ma intanto è disoccupato. E i tassi applicati arrivano con la massima indifferenza al 1520%. Come in casi analoghi, quello che colpisce è la rapidità con cui questi tassi aumentano, tanto più perché tutta la corsa ai debiti era cominciata pochissimi anni fa, fra il 2001 (anno della crisi post attentato di New York) e il 2004, quando i tassi erano bassissimi e quindi si è stimolato oltre ogni immaginazione l'indebitamento individuale.
Il caso della sanità è il più complesso perché gli ospedali, che conoscono ovviamente la situazione della maggior parte dei loro concittadini, a questo punto hanno quasi tutti adottato la seguente tattica: per chi paga cash senza batter ciglio (sia esso il paziente o l'assicurazione) fanno sconti anche del 2025%. Altrimenti girano senza esitazioni (entro duetre giorni) il loro credito a una finanziaria specializzata, sia essa emanazione di una banca (o anche di una grossa azienda come per esempio la General Electric che ha una branch specializzata) oppure ancora una società nata espressamente per questo business. In ogni caso, la finanziaria si accolla il credito pagando l'8085% di quanto dovrebbe avere l'ospedale, che ha fretta di liberarsene perché ha urgente bisogno di contanti visti gli alti costi di medici, infermieri, farmaci, e accetta di rimetterci quel 1520%. A quel punto inizia il martellamento nei confronti del malcapitato, sia che questi sia inconsapevole sia che invece abbia aperto volontariamente al momento del ricovero un conto con una delle carte revolving di cui si diceva. I debiti della sanità finiscono nello stesso calderone dei debiti accesi per comprarsi l'auto (curiosamente qui i finanziamenti sono più generosi e i tassi si mantengono sul 78%), lo stereo, il frigorifero, la motofalciatrice. Così, in questo balletto di crediti, miliardi e tassi d'interesse stellari, nascono, proprio come per i mutui subprime, i famosi pacchetti "strutturati" che s'incanalano nei mille rivoli della finanza globale.
Attonite di fronte al dilagare della crisi debitoria, le autorità federali, dal presidente Bush alla Federal Reserve, stanno concordando con le grandi banche le misure d'intervento. Già se ne parlava al momento dei subprime, e se n'è tornato a parlare con maggior urgenza in questi giorni, ma è quasi pronto un primo fondo misto banche amministrazione di almeno 100 miliardi di dollari per tamponare le perdite. Poi le stesse autorità hanno avviato una partita ancora più delicata: l'opera di convincimento (e di aiuto concreto) perché proprio le stesse grandi banche rilevino le finanziarie più azzardose e più esposte. L'ha fatto la settimana scorsa la Hsbc rilevando la Cullinan Finance, che ha 37 miliardi di crediti strutturati a rischio, l'ha fatto la BankAmerica con la vacillante Countrywide per ben 2 miliardi. E sicuramente si andrà avanti per questa strada. A meno che non siano esse stesse, le grandi banche, a fallire.
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Data inserimento: 06-10-08
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