Matti da slegare
 Testimonianza 2007
Mi chiamo , ho 29 anni, ho un diploma d'arte di illustratrice e designer, sono una pittrice e sono una paziente psichiatrica.
Soffrivo di disturbo borderline di personalità, ora continuo a soffrirne ma cerco di conviverci.
Il primo ricovero a vent'anni: entrata, nel reparto psichiatrico dell'ospedale ho capito che ero all'inferno e che non mi sarei mai salvata; che l'unica via di fuga era la morte.
Mi sentivo circondata da veri matti, i medici, che chiamavano cura le torture che m'infliggevano di continuo: contenzioni fisiche, psicologiche e farmacologiche.
Lì nessuno mi ha mai spiegato il perché, nessuno mi ha mai spiegato cos'avevo, nessuno mi ha mai spiegato veramente come guarire.
Quello che loro mi dicevano, era che la mia malattia era una malattia genetica, scritta nel mio dna, dalla quale non si poteva guarire.
Quando ero in SPDC, combattevo con tutte le mie forze, per trovare un'altra via di fuga, che non si limitasse alla finestra lasciata aperta per sbaglio dall'inserviente, o a sgattaiolare dal passa vivande della cucina.
La mia arte, era sicuramente il modo migliore per scappare, per protestare, per farmi sentire, ed anche per coinvolgere gli altri sofferenti come me.
Passavo giornate intere a dipingere quel corridoio, e le persone a me care che lo abitavano.
Addobbavo la mia stanza con fiori, pigne, disegni e figure.
Una volta feci un meraviglioso collage, ci misi tre giorni e tre notti e lo appesi. Percorreva tutto il perimetro della mia stanza come una tappezzeria, vennero tutti a vederlo, e sprigionava gioia. Venne anche il primario a vederlo, e a ordinare di toglierlo; "queste cose" disse "in ospedale non si fanno". La mia opera fu distrutta.
Lo odiai.
Tornai sull'idea, che l'unica via di fuga, era la morte e mi tagliai le vene.
Poi mi salvarono, mi fecero una bella trasfusione
e mi legarono al letto, per sicurezza, e per un tempo infinito.
Mi ritirarono tutti i fogli, i libri e i colori,
che mi vennero restituiti quando promisi che sarei stata brava e adeguata all'ospedale.
Restituii tutte le lamette o quasi ed ebbi indietro il mio materiale.
Dio quanto li odiavo, perché dovevo fidarmi di loro?
E poi le lamette mi servivano: a liberare i miei amici dalle fascette,
Perché tutti venivamo legati a rotazione per i motivi più disparati.
E le fascette erano sempre lì appese alle balaustre dei nostri letti, pronte per essere utilizzate.
Come si incazzavano medici e infermieri quando le tagliavo via.
Col risultato che il mio amico o la mia amica finalmente libero, si poteva finalmente rannicchiare sul fianco, rimaneva però immobile nel letto
con la paura di venir legato ancora una volta se scoperto dal personale,
cosa che accadeva quasi sempre.
Io come probabilmente altri quando venivo contenuta cioè legata mani e piedi non mi arrendevo.
Mi contorcevo, fino ad arrivare con la bocca alla fascetta della mano destra. Mordevo lo scotch che era fissato in molti giri attorno alla fascetta per renderla più stretta per il mio polso... mi liberavo... e con la destra liberavo la sinistra.
In fine i piedi... che essendo magra riuscivo a sfilare bagnandomi di saliva i talloni e forzando, tirando più che potevo.
Ci mettevo ore a liberarmi.
Gli infermieri sorpresi mi chiamavano Houdini e ci mettevano 5 minuti a contenermi di nuovo, anche con lo spallaccio...
Lo spallaccio, è un lenzuolo arrotolato, che viene passato dietro al collo poi sotto le ascelle... in fine viene legato dietro e sotto la spalliera del letto da due infermieri.
Il nodo del lenzuolo viene bagnato con un' intera bottiglia d'acqua, così che non si possa sciogliere.
Il risultato è la totale immobilità. Gambe, braccia e busto fino alla testa...bloccate.
Quando mi trovavo così inchiodata a quel materasso non mi restavano che le urla, il pianto... poi il silenzio e l'attesa.
Ma non mi arrendevo, facevo resistenza quando gli infermieri mi stringevano lo spallaccio riuscivo ad allentarlo poi contorcermi nuovamente facevo passare la testa sotto il lenzuolo e di nuovo lavoravo per liberarmi mani e piedi.
Ci riuscivo, finalmente, ed ancora si riapriva quella porta.
E più stretta ogni volta venivo rilegata.
Tornando a noi, abitanti del corridoio, quando gli sforzi per renderlo meno grigio e inumano diventavano troppo evidenti subentravano le minacce di venir puniti: sedati e legati, uno bastava da esempio per tutti.
E calavano le tenebre su di me, tornavo a voler sparire, a camminare avanti e indietro per il corridoio guardando quei due orologi con due ore diverse ed entrambe sbagliate, tanto per essere più confusa; e fumavo, fumavo, fumavo, perché almeno questo era concesso.
Ma tra una testata nel muro e una trasfusione non ho mai smesso di lottare, di dipingere, di raccogliere fiori e regalarli, di ascoltare la musica e le persone.
Invece, le mie risorse sono state del tutto messe da parte dai miei curanti in ospedale. Dopo 340 giorni continuativi in reparto psichiatrico, di fughe, rientri, contenzioni, farmaci e disperazione,
Il primario del mio reparto fu chiaro con mia madre: "Sua figlia è un caso terminale, o si ammazza lei o la uccidiamo noi con i farmaci;
Non c'è nessuna possibilità, potrebbe averne forse una su un milione, ma neanche, quindi è meglio che se la porti a casa, noi la dimettiamo".
Il personale dell'ospedale, disse a mia madre di prepararsi, di cominciare subito ad elaborare il lutto che così sarebbe stato meno doloroso.
Sembra assurdo, queste persone hanno fatto di tutto per evitare la mia cura e non offrirmi alternative.
Comunità che mia madre ha ottenuto per me scavalcando tutto e tutti, lottando con ogni forza che aveva, per mesi, perché nessuno voleva darmi questa possibilità.
Dopo due anni e mezzo di comunità terapeutica che mi ha permesso di superare i momenti più critici della malattia venni dimessa e mi ritrovai di nuovo davanti: i servizi, il reparto psichiatrico, un'altra comunità, o il nulla.
Con il tempo ho deciso di rispondere io alle mie domande.
Tra una seduta e l'altra dallo psichiatra di fiducia, studio su libri di psichiatria e neuroscienze di autori come Clarkin, Kernberg, Millon e altri.
Libri che dovrebbero insegnare a medici specializzati come curare i loro pazienti, quali sono le terapie più adatte, quali le diverse fasi, come curare una persona come me.
Perché nessuno lo fa?
Io ora metto in pratica ciò che imparo, studio e cerco di capire a fondo la mia "malattia", posso aiutare me stessa e gli altri.
Gli psichiatri che pensavano io non fossi all'altezza di capire, sono certa, non sono loro alla mia altezza, all'altezza di curarmi e di curare nessuno.
Ogni paziente è all'altezza di avere una cura adeguata.
Perché questa cura non c'è?
Perché i reparti psichiatrici degli ospedali sono i peggiori, i più negletti e non funzionano mai?
Perché vogliono ospedalizzarci, cronicizzarci, rinchiuderci, toglierci ogni speranza?
Perché, le persone a cui mi sono rivolta, non hanno mai risposto alle mie domande, e continuano a non rispondere?
Perchè i giornali non ne parlano e le televisioni ignorano questo argomento?
La contenzione esiste, ogni giorno in molti vengono legati al letto. Viene violato l'articolo 13 sulla libertà della persona, nemmeno i peggiori criminali vengono legati come è accaduto a me e ai miei amici.
Quest'anno sono già morte tre persone per essere state imbottite di farmaci e legate al letto per giorni, una di queste era un'ottantenne!
Si continua a parlare dei manicomi e non si parla dei manicomi moderni: i reparti di psichiatria.
Io ho deciso di parlarne fino a chè non sarò ascoltata anche dai media, ho scritto un libro che racconta la vita delle persone in un reparto psichiatrico milanese.
Vi chiedo di aiutarmi con i vostri commenti perchè questo tema venga preso in considerazione, perchè nessuno, pochissimi sanno di questa realtà nascosta.
Grazie di cuore.
Alice Banfi
Copiato integralmente dal forum RAI.
Grazie Alice di questa testimonianza e di questo spaccato di realtà d'oggi, grazie di cuore, un abbraccio forte.
Altro link con materiale interessante: Assistenza psichiatrica
Data inserimento: 19-06-08
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